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La canzone italiana, le radici, la Valle d’Itria: Renzo Rubino si racconta a Lifestyle

È il 31 gennaio. L’aria è frizzante, ma non gelida. D’altronde siamo nel cuore della Valle d’Itria, triangolo di terra sospeso tra cielo, ulivi e mare, nel bel mezzo della Puglia. 

Abbiamo un appuntamento con Renzo Rubino, giovane cantautore che, qualche anno fa, da Martina Franca ha fatto il grande salto nel mondo della musica, passando dal piano bar al palco di Sanremo. Cogliamo al volo la proposta di fare l’intervista nel suo studio di registrazione. Ci ritroviamo così in una villa di campagna immersa nel verde, circondata da un orto rigoglioso che – scopriremo solo dopo – è curato quotidianamente da Nonno Lino, un concentrato di pura energia. Quel nonno, colorato e irriverente, che abbiamo imparato a conoscere grazie alla copertina dell’ultimo album di Renzo, “Il gelato dopo il mare”.

 

Welcome in Giungla!

 

Il luogo del cuore di Renzo. E subito capiamo il perché. Quello che si dipana ai nostri occhi è l’eldorado di ogni amante della musica. Un piano a muro, un antico organo, una Fender Stratocaster, un organetto, un tamburello e tanti premi raccolti in questi anni di carriera. E poi lo studio di registrazione. Seduti su un Chesterfield dall’aria vissuta, iniziamo quella che sarà una lunghissima chiacchierata, interrotta di tanto in tanto dalla dirompente allegria di Totò, il piccolo spitz di Renzo. Gli chiediamo come sia iniziata la sua carriera.

Ancora non mi è chiaro come sia arrivato a questo punto. Il mio desiderio, in realtà, era fare l’attore. Finita la scuola ho iniziato a lavorare in una pizzeria, facendo il pizzaiolo, ma ho capito ben presto che quello non era il posto giusto per me. Mi sono detto: mi prendo del tempo per mettere da parte dei soldi facendo qualcosa che mi piace, la musica – appunto – e poi provare a iscrivermi al Centro Sperimentale di Cinematografia. Suonavo ai matrimoni, alle comunioni e tutte le notti in un night club di Fasano, lo Show Girl: la musica non era il fine, era solo un mezzo, divertente, certo, ma pur sempre un mezzo.

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E poi…

E poi nel tempo mi sono reso conto che la musica è sempre stata la passione più grande. Forse non riuscivo a capirlo perché per me suonare è sempre stato un divertimento, un gioco: ricordo che da bambino il mio giocattolo preferito era il pianoforte che svettava in casa. Forse il fatto di scrivere canzoni senza “l’ansia” di dover arrivare a tutti i costi, mi ha reso più libero e più sincero nello scrivere. Ho così scoperto che potevo unire il mio lato musicale a quello teatrale, giocando con le parole.

Qual è la cosa più importante che la musica ti ha insegnato?

La musica mi ha insegnato ad apprezzare il silenzio, ad avere un rapporto intimo con me stesso, a scavarmi dentro. Quasi fosse una terapia. La musica, soprattutto, mi ha aiutato a comunicare, la cosa per me più difficile in assoluto.

Ci sono artisti a cui sei particolarmente affezionato?

Io sono legato soprattutto agli artisti italiani, a tutti quelli che puntano sull’importanza della PAROLA. Penso a Lucio Dalla, a Ivan Graziani, a Renato Zero con il suo “Spiagge”, a Francesco De Gregori e a “Rimmel”, penso a Pino Daniele e “Nero a metà”, a Vinicio Capossela e alla sua “Ovunque progetti”, un brano che avrei tanto voluto aver scritto io. Sono tanti, tantissimi. Tutti uniti dalla voglia di fare dischi per raccontare una storia. In realtà quello a cui sono più affezionato è un modo di interpretare la musica che forse oggi non esiste più.

Quindi le tue canzoni nascono dalle parole…

In realtà quando scrivo una canzone parto dalla melodia… Penso che la radice di questa “inclinazione” risalga alla mia infanzia. Ricordate il film Jurassik Park? Io di quel cult ricordo soprattutto la colonna sonora: è con quel film che ho capito quanto le colonne sonore fossero capaci di toccare delle corde profonde del mio essere, quasi fossero la chiave per aprire canali sconosciuti. Così sono arrivati Ennio Morricone, Nino Rota, Henry Mancini e poi, ancora, la musica classica di Puccini e Verdi. Ecco dove nasce il mio amore per il portamento della melodia. Penso che la melodia sia come un blocco di marmo in cui sono custodite le parole. Basta pulire, limare, scolpire e le parole vengono fuori.

Un gusto musicale – passaci il termine – aristocratico rispetto alla tua età…

Non è questione di età né di sensibilità: è semplicemente amore nei confronti della canzone italiana, che credo debba essere rispettata: Puccini, Verdi e molti altri hanno inventato un modo di scrivere e fare musica che ci è riconosciuto in tutto il mondo. In questi ultimi anni, invece, sta accadendo il contrario: il pop sta strizzando sempre più l’occhio a un certo tipo di musica che, di fatto, non ci appartiene. Non ci appartiene perché non è la nostra. Ultimamente, invece, è come se il pubblico considerasse la musica italiana sbagliata, vecchia. Eppure se guardi una fotografia di una persona vestita in maniera elegante negli anni 70, penserai che sia elegante anche oggi. Se guardi una fotografia di una persona che indossa dei capi di moda negli anni ’70,  forse penserai “Ma come si è vestito”. Questo vale anche per l’eleganza e lo stile in musica. D’altronde artisti come Battisti e Tenco ne sono la dimostrazione vivente. 

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Come fai a non restare schiacciato dagli ingranaggi del sistema discografico contemporaneo?

Amare un certo tipo di musica non significa non potersi divertire con la musica: prendiamo Gaber. La sua carriera è iniziata sotto le note di “Non arrossire” per poi approdare alla filastrocca di “Destra – Sinistra”. Con la musica si deve giocare, ci si deve divertire. Quello che è cambiato è lo stile. Ora tutto deve essere asciutto, diretto, immediato: la voce è secca, gli strumenti pochi, la batteria su tutto. Un modo di fare musica che deve arrivare dritto in faccia, colpire allo stomaco. Qual è il risvolto della medaglia? L’omologazione. Abbiamo perso l’unicità degli artisti, schiacciati da un mercato che non aiuta a esprimere la propria identità ma che anzi tiene il freno tirato a mano.

Quali sono i temi a te più vicini quando scrivi una canzone?

Mi è difficile scrivere di cose che non conosco e che non ho vissuto in prima persona. Quando scrivo è come se si impadronisse un’entità superiore – la musica appunto – che tira fuori le parole: tante volte mi è capitato di riascoltare dei brani e di domandarmi come avessi fatto a scrivere proprio quelle parole. Mi è successo anche con il brano che porto a Sanremo “Custodire”: il passaggio “puoi custodire l’affetto nell’insolenza” o “come abbiamo fatto a esistere senza resistere” sono venuti fuori alla prima stesura del testo. Dopo un po’ di tempo dalla prima registrazione, ho deciso di ascoltare il brano: non ero nemmeno più certo di aver usato la parola “insolenza”. E invece era lì, celata sin nel primo pensiero. Ciò che conta è che queste parole arrivino al pubblico, innescando quella meravigliosa magia che si crea ogni volta che salgo su un palco: quel muro trasparente tra me e la gente si rompe e l’energia si distribuisce.

Cambiando argomento… Ti definiscono elegante, anche un po’ naïf: partendo dal presupposto che non è solo una questione di abbigliamento ma di stile di vita, che rapporto hai con la moda?

Credo che la moda di fatto sia una forma d’arte e che in qualche modo l’abito faccia il monaco, specie nel nostro ambiente. Quando vedo Lady Gaga in un concerto vedo uno spettacolo anche fatto dai suoi costumi. Credo che la moda in questo caso enfatizzi la personalità di un artista. E in questo Sanremo vi stupirò… Ho osato un po’. Non mi vedrete inamidato in un classico abito nero. Perché io sono colorato, come le mie canzoni.

A proposito di Sanremo, come vivi l’esperienza sul palco dell’Ariston?

Sanremo è un’esperienza meravigliosa, divertente. Per me è una bellissima occasione, soprattutto in questo momento: dopo un periodo piuttosto difficile, fatto di alti e bassi, sono tornato a casa, a Martina Franca. Qui ho ritrovato un entusiasmo che stavo perdendo, ho ricomposto il mio staff, ho pubblicato l’album “Il gelato dopo il mare”. Ecco, Sanremo per me è entusiasmo: non la vivo come una competizione – anche se di fatto è una gara canora – ma come un’occasione per tirare fuori il meglio di me.

Hai definito il passaggio di ritorno in Puglia come “se da crisalide fossi diventato farfalla”: evoluzione, cambiamento, crescita e ritorno alle origini. Che cosa rappresenta questa terra per te?

È casa. Per uno come me, che si è sempre sentito fuori posto, che non si è mai sentito veramente a casa da nessuna parte, dopo tanti anni è stato cruciale capire che una casa – in realtà – ce l’avevo. Casa è dove trovi delle certezze: Vito del Bar Tripoli [NB: il bar più antico di Martina Franca] è sempre nel suo bar e la Valle d’Itria è sempre la Valle d’Itria, con i suoi trulli. Piccole certezze, appunto, che ti riportano con i piedi per terra. L’ho capito e sono tornato. È così che ho recuperato delle energie che avevo lasciato per strada e avevo dedicato ad altro, anche inutilmente. Da qui, da questa casa, posso partire per crescere. E soprattutto mi piace l’idea di poter dimostrare che posso fare questo mestiere anche rimanendo in un paese del Sud Italia. 

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E cosa diresti a un tuo coetaneo del Sud che fatica a trovare la sua strada – anche – imputando una responsabilità al luogo in cui si vive?

Che si possono fare delle cose belle e importanti anche rimanendo nella propria terra. Gli direi: viaggia, perditi e poi torna. E costruisci. Poi riparti, prendi tutto quello che ti serve e torna. Perché, anche se è duro ed è difficile, è l’unico strumento nelle nostre mani per far crescere e dare una chance a questa terra.

Sempre ne Il gelato dopo il mare –  racconti di una felicità che è nelle piccole cose. Cosa significa per te essere felice?

La cosa più vicina alla felicità è la serenità. Ho ritrovato la serenità tornando in Puglia, riconnettendomi alle mie radici, stando vicini ai miei nonni, che stanno “crescendo”. Ho voglia di vivere i miei affetti, le cose concrete, come il mio rapporto con la musica.

Cosa ti piacerebbe cercare – ti auguriamo –  e trovare nel futuro?

Credo che sia molto semplice: portare avanti la mia ricerca della serenità attraverso la musica. Mi piacerebbe continuare a pubblicare dischi, fare dei concerti, stare nel pubblico. E realizzare il sogno nel cassetto: scrivere musica per il cinema. 

 

Renzo Rubino indossa Pantaloni Berwich

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